PROGRAMMA DI GOVERNO

Dalle fonti rinnovabili possiamo recuperare l’energia di cui abbiamo bisogno, traendone vantaggio in termini di ricchezza prodotta e distribuita, assicurando ai sardi energia sicura, sostenibile, a prezzi accessibili.

Transizione_verde

La Sardegna deve riuscire a produrre ricchezza per produrre lavoro e gettito fiscale, non può e non deve vivere di PIL generato solo dalla Pubblica Amministrazione.
Compito della Regione è realizzare le condizioni migliori affinché questo accada e, dunque, attrarre popolazione, garantire i migliori servizi e la migliore formazione, sostenere e diffondere la qualità ambientale.
In sostanza, l’aumento della ricchezza sostenibile prodotta è proporzionale alla visione di sistema che si possiede e alla capacità di realizzarla.
È in questo quadro che occorre gerarchizzare gli strumenti normativi della grande pianificazione e della programmazione.
Il Piano di Sviluppo Regionale coordinerà e metterà a sistema i grandi documenti di pianificazione per uno sviluppo basato sulla centralità delle persone – della loro inclusione e realizzazione a tutti i livelli – e delle nostre comunità, sulla messa a valore delle risorse della nostra terra e delle nostre produzioni. Per questo è necessario creare filiere che integrino persone e comunità, risorse e prodotti, cosicché la Sardegna diventi il punto di riferimento di uno sviluppo economico reale e duraturo, orientato all’uso razionale delle risorse e improntato al benessere e alla sostenibilità.


In particolare si ha in intenzione di procedere alla Riforma dell’Assetto del territorio che metta in campo l’aggiornamento del Piano Paesaggistico delle zone costiere, in particolare per quanto riguarda le difficoltà interpretative, la revisione di alcune rigidità delle norme di salvaguardia (in attesa dell’approvazione del PUC) e la semplificazione dei procedimenti amministrativi. Si procederà alla redazione del Piano Paesaggistico delle zone Interne e della nuova Legge urbanistica, la redazione del nuovo Piano delle infrastrutture, la revisione e aggiornamento del Piano di Assetto Idrogeologico. A questo deve essere affiancata la riforma della scuola e dell’istruzione professionale; la riforma delle politiche dei trasporti; il nuovo Piano energetico regionale; il Piano della digitalizzazione e della transizione ecologica; la riforma delle Politiche del lavoro e del welfare.
Una straordinaria stagione di riforme vitali e tutte con un unico obiettivo: la Sardegna protagonista dei cambiamenti che la attendono. Questo significa definire regole certe e chiare, con le quali coniugare le varie libertà e i vari diritti sociali ed economici, una terra consapevole delle sue ricchezze ambientali e culturali, capace di metterle a valore a beneficio dei sardi innanzitutto attraverso la loro preservazione quale fattore di di un’offerta unica e competitiva sui vari mercati.

L’obiettivo di un così vasto processo di riforma sarà univoco: aumentare la certezza del diritto, la libertà individuale e d’impresa, semplificare i rapporti con la Pubblica Amministrazione, tutelare l’ambiente e regolarne l’uso in modo semplice, chiaro e verificabile, rendere la residenza in Sardegna sicura, garantita e competitiva, migliorare e monitorare l’uso del territorio.
In particolare:


– il Piano Paesaggistico Regionale esistente può e deve essere aggiornato, alla luce dell’esperienza applicativa emersa in questi anni, ma anche alla luce del tempo trascorso: il mondo è cambiato nel corso degli ultimi vent’anni e la pianificazione paesaggistica deve tenere conto di questi cambiamenti. Aggiornare il Piano paesaggistico deve rappresentare una delle prime azioni da intraprendere. Non un’azione da lasciare a fine legislatura, dopo l’ennesima bocciatura costituzionale dell’ennesimo piano casa. A questo fine è necessario prevedere articolazioni espressamente dedicate che abbiano come obiettivo strategico l’aggiornamento del Piano. Fondamentale sarà costruire una rapporto non estemporaneo e alla pari con le Soprintendenze, in cui la Regione autorevolmente sia capace e competente nel rendere concrete le sue idee di sviluppo.
Tale aggiornamento tiene ben saldi i principi fondamentali di porre fine all’ulteriore consumo indiscriminato del suolo, della tutela paesaggistica, ambientale e storico-culturale della nostra terra, quali capisaldi di uno sviluppo moderno e a beneficio della comunità sarda, che tenga conto delle evoluzioni scientifiche e tecnologiche sia nel consentire le trasformazioni territoriali sia nel definire i confini delle stesse. È necessario che il Piano paesaggistico regionale ed il Piano per il turismo sostenibile diano luogo a politiche realmente integrate, che implementino e sostanzino una visione di lungo, medio e breve termine, attraverso le quali le nostre comunità acquisiscano e sviluppino la capacità di competere sul mercato con un’offerta turistica originale e non standardizzata, appetibile sui mercati per le sue peculiarità;
– il Piano paesaggistico delle zone interne è la grande opportunità di questa legislatura, da perseguire con un vasto coinvolgimento dei comuni e delle popolazioni interessate.

– il Piano paesaggistico delle zone interne deve diventare uno strumento di valorizzazione del territorio e delle attività che già vi si svolgono e nuove che possono aggiungersi, informato ai principi di benessere sostenibile, accessibilità, semplicità, trasparenza, verificabilità e efficacia. Non un sistema di divieti, ma un insieme organico di regole condivise che favorisca la messa in rete dei piccoli e piccolissimi Comuni. Questo Piano paesaggistico deve servire a prevedere e sostanziare, insieme agli altri atti di pianificazione, le strategie di sviluppo locale che permettano, attraverso la creazione di reti dei paesi e comunità, di combattere lo spopolamento. La rete permetterà ad ogni singolo paese di caratterizzarsi, di divenire essenziale quale snodo della stessa, snodo di servizio, di una infrastruttura etc.;


– la legge urbanistica è la grande assente delle ultime tre legislature. Occorre chiarire un luogo comune diffuso in Sardegna secondo il quale molti interventi, anche piccoli, non si possono realizzare a causa dei vincoli imposti dal Piano Paesaggistico. Si tratta evidentemente di un grande equivoco. I vincoli sono eventualmente posti quali Norme di salvaguardia, operanti solo ed esclusivamente nel tempo utilizzato dai Comuni per adeguarsi alla pianificazione paesaggistica e alle pianificazioni sovraordinate. Queste sono presidi di salvaguardia perché la futura pianificazione comunale non venga compromessa da interventi tali da rendere vana la stessa scelta pianificatoria. Con l’approvazione del piano urbanistico comunale, PUC, adeguato alla pianificazione paesaggistica si ha infatti l’interpretazione locale dei bisogni, la loro proiezione in un arco temporale futuro e una discesa di scala degli indirizzi dettati dalla pianificazione di livello regionale. Rinunciare ad adeguare il PUC al PPR è il frutto di una scelta che ha preferito una visione di cortissimo periodo, legata agli interventi in deroga dei piani casa, ad una idea di sviluppo duraturo del sistema territoriale comunale. In altri casi, il mancato adeguamento è dovuto all’assenza di un’attività regionale di formazione e accompagnamento a beneficio dei Comuni.
Da questo punto di vista, le strutture regionali devono porsi come punto di riferimento per la implementazione della nuova pianificazione e non solo come strutture di controllo, che, sebbene assolutamente necessario, non può costituire l’unica attività messa in campo. Se si vuole sostanziare un vero federalismo infraregionale, la Regione deve assumere il ruolo di partner collaborativo e non solo il ruolo di mero verificatore. A ciò si aggiunga che diversi comuni non hanno finora mai approvato un PUC e sono ancora regolati dai vecchi Programmi di Fabbricazione. L’assenza di una nuova legge urbanistica, capace di orientare le trasformazioni territoriali di questi tempi, a valle del PPR, ha sicuramente contribuito a determinare tutti questi ritardi.
La nuova Legge urbanistica dovrà avere un cuore strategico, cioè dovrà riflettere la visione globale della Sardegna e dell’utilizzo del suo territorio, dovrà essere coerente con i principi di sviluppo inclusivo e sostenibile, dovrà informarsi al principio costituzionale della sussidiarietà, per cui tutti i poteri devono essere esercitati al livello più vicino al cittadino e alla sua comunità. La Regione, in omaggio al federalismo infraregionale e ai principi costituzionali di adeguatezza e differenziazione, dovrà intervenire per trasformazioni di livello sovracomunale, e per garantire le necessarie esigenze di omogeneità nell’applicazione della pianificazione sovraordinata, nonché per garantire la coesione territoriale e quella sociale. La legge urbanistica dovrà prevedere procedimenti improntati a semplicità e coinvolgimento degli stakeholders, forme di partecipazione delle soprintendenze, caratterizzati da forme ampie, e a vario titolo cogenti, di partecipazione dei soggetti. Accanto a tutto ciò dovrà prevedere tempi certi di chiusura dei procedimenti, risorse, e forme di intervento sostitutivo in caso di inadempimento. La legge urbanistica dovrà essere approvata nel primo anno della legislatura;


– Il Piano delle infrastrutture è il piano delle connessioni. Il grande problema strutturale della Sardegna non è il suo isolamento dal resto del mondo, ma la incombente e ricorrente frattura tra il suo interno rurale e le sue coste urbanizzate. Il sistema della rete viaria, le connessioni delle reti dell’acqua e del suo riuso, le reti elettriche (che non ci appartengono), le reti telematiche (che quando ci sono, non vengono ‘accese’ per carenza di utenti), sono le infrastrutture materiali che richiedono cure, manutenzioni, aggiornamenti, nuove politiche (per esempio, l’addebito sulla finanza pubblica dei fallimenti di mercato per l’accensione della rete telematica, laddove ci siano pochi residenti) e nuove funzioni (per esempio, il riutilizzo come piste ciclabili esclusive delle strade meno utilizzate, secondo il Piano delle piste ciclabili varato nella scorsa legislatura).
Ricondurre a una visione globale e integrata il sistema delle connessioni, significa curare il sistema circolatorio della società sarda, garantire la corretta fruizione delle risorse, sostenere la residenzialità sia urbana che rurale, impedire la decadenza materiale delle infrastrutture, rendere fruibili le innovazioni a distanza dai centri di ricerca che le producono;


– Il Piano di assetto idrogeologico è lo strumento di pianificazione più delicato con cui avere a che fare in un regime di cambiamento climatico intenso come quello che stiamo vivendo. La maggiore responsabilità sta nel vigilarlo, manutenerlo e integrarlo con gli altri strumenti di pianificazione. La Sardegna ha estremo bisogno di difendere la sua risorsa idrica, di accumularla e di gestirla in modo sostenibile e efficiente. La forte pressione in aree urbane e rurali volta a sottovalutare gli eventi meteorologici catastrofici e, conseguentemente, a utilizzare e urbanizzare aree che invece dovrebbero essere di tutela integrale, è un grande rischio politico. Anche in questo caso, si deve uscire dalla logica che attribuisce a ogni regola il solo contenuto del divieto. Le regole sono invece strumenti di utilizzo efficiente e, nel caso specifico, ciò che andrebbe sviluppato sono istituti come gli Accordi di fiume che, coinvolgendo i privati nelle azioni di salvaguardia e sicurezza, consentono anche l’utilizzo degli assi fluviali, in modo accorto e consapevole, come fattori turistici di attrazione particolarmente ricercati e redditizi per le comunità.

È necessario prendere atto che almeno da trent’anni in Sardegna non viene messa in campo una politica agricola regionale che abbia una elaborazione autonoma rispetto alle linee nazionali e comunitarie, non per contrapporsi, ma di affiancarla per rispondere ai bisogni e alle esigenze delle aziende che operano nel nostro territorio, caratterizzato da peculiarità che possono essere fonte di grandi opportunità che però rappresentano anche un forte limite al raggiungimento di redditi adeguati per gli operatori.
Non si vuole mancare a questo dovere di governo e di innovazione.
I nostri obiettivi saranno:
● garantire la giusta redditività alle aziende agricole e agli allevamenti per migliorare la qualità della vita nelle aree rurali;
● produrre cibo di qualità, accessibile a tutti, riducendo al minimo gli effetti sull’ambiente e sul clima;
● utilizzare in modo ottimale e innovativo le risorse biologiche disponibili, privilegiando sistemi produttivi più efficienti, sia dal punto di vista economico che ambientale;
● promuovere l’integrazione tra i produttori agricoli e zootecnici primari e tra questi e il sistema agroalimentare di trasformazione;
● promuovere la realizzazione di progetti integrati di filiera per facilitare l’accesso al mercato e la diffusione di processi produttivi tecnologicamente avanzati. Per rendere questi obiettivi concreti e realizzabili, è necessario partire dalla constatazione che nella nostra regione coesistono “due agricolture” molto differenti:
● una, maggioritaria, caratterizzata da aziende di dimensioni medio-piccole e capacità produttive limitate da fattori ambientali e infrastrutturali, presenti nella quasi totalità dei territori dove, peraltro, le condizioni di vita delle popolazioni locali sono più difficili per l’assenza o la scarsità di servizi adeguati ai bisogni odierni;
● l’altra, minoritaria, composta di aziende medio-grandi, che operano principalmente in zone pianeggianti, spesso irrigue, con dimensioni in grado di sostenere investimenti importanti e di dotarsi di strumenti e tecnologie moderne e caratterizzate da capacità produttive importanti, orientate verso i mercati più remunerativi.

Queste realtà contribuiscono a disegnare un comparto produttivo agricolo, apparentemente, inconciliabile, ma in realtà, con i necessari presupposti, in grado di operare sinergicamente in spazi e mercati differenti che si completano vicendevolmente e possono concorrere a costituire uno specifico “sistema” agricolo sardo.

Nel tracciare le linee di politica agricola regionale dobbiamo considerare, quindi, che non può esistere un unico approccio capace di rispondere alle necessità delle diverse realtà, ma è indispensabile attuare politiche differenziate per sostenere un sistema a mosaico dove alle piccole produzioni locali si affiancano produzioni intensive.

La vera sfida politica e di programma è quella di elaborare una strategia autonoma, anche rispetto alle linee della PAC, la politica agricola comune, che consenta di mettere in proficua relazione questi due rami dello stesso comparto produttivo attraverso interventi che sostengano progetti di filiera e di integrazione verticale delle produzioni e della commercializzazione.
Si deve adottare un diverso approccio nel delineare gli interventi di politica attiva a favore del comparto agricolo sardo. Come detto, le piccole aziende rappresentano numericamente gran parte di questo sistema produttivo e tutte, seppure con differenze tra loro, si caratterizzano per essere localizzate in aree, distanti dai maggiori centri abitati, con difficoltà di accesso ai servizi minimi adeguati ad una attività d’impresa moderna (trasporti, banda larga/fibra, etc).

A questi fattori esterni si aggiungono quelli endogeni, quali una costante sottocapitalizzazione, difficoltà di accesso al credito e gestioni basate sul modello familiare. Nell’attuale programmazione dei fondi europei specifici per l’agricoltura (Complemento di Sviluppo Rurale) la parte relativa al sostegno al reddito degli operatori agricoli (contributi distribuiti con misure a superficie o a capo) rappresenta un aiuto concreto al mantenimento nelle aree più svantaggiate di queste attività. Deve essere sottolineata la sostanziale diminuzione dei valori del Premio unico (quasi il 40% in meno rispetto al precedente ciclo di programmazione), dovuta a una rivalutazione dei titoli di ciascun imprenditore agricolo, che si è determinata per la Sardegna (e in generale per le regioni meridionali) rispetto alle agricolture del nord Italia.
Questo è un segno evidente dell’assenza di un presidio del governo regionale ai tavoli di discussione e decisione che, tra il 2020 e il 2022, hanno portato alla definizione del nuovo Complemento di Sviluppo Rurale 2022/2027.

Un grave handicap che non potrà essere recuperato, ma su cui dovrà incentrarsi l’azione politica dei prossimi anni dell’Assessorato dell’agricoltura e del Governo regionale, almeno per ottenere un minimo di riequilibrio che riconosca gli specifici caratteri dell’agricoltura mediterranea.
Questo presuppone un presidio costante, con attori politici adeguati, dei tavoli nazionali e comunitari dove intessere rapporti di collaborazione e stringere alleanze strategiche con le altre realtà italiane ed europee, accomunate nella difesa della peculiarità dell’attività agricola nel bacino del mediterraneo. Le caratteristiche di questa tipologia di aziende, marginali secondo gli standard comunitari, rappresentano un indubbio svantaggio quando si tenta di accedere ai finanziamenti previsti nei Piani di sviluppo rurale, per gli investimenti infrastrutturali, che sono tarati per realtà agricole altamente produttive, tanto da poter divenire, talvolta, controproducenti per la sopravvivenza stessa della tipica azienda sarda incapace di autofinanziarsi, con conseguente indebitamento col sistema creditizio e impossibilità di portare a termine l’investimento.

Per queste realtà, diffuse in Sardegna, è necessario quindi ideare e implementare un sistema di finanziamento in grado di fornire il capitale necessario a realizzare gli investimenti indispensabili per produrre in condizioni adeguate ai mercati di riferimento.
In tale contesto, la politica di settore deve orientarsi a sostenere, con specifiche misure regionali, le aziende agricole “marginali” che svolgono fondamentali funzioni di presidio e tutela del territorio e che, se lasciate sole in un ambito di mercato globale, sarebbero destinate all’estinzione.

Le medie-grandi aziende in Sardegna sono numericamente meno rappresentate rispetto alle piccole, operano in territori più favorevoli, spesso in prossimità di centri abitati e con situazioni logistiche e servizi nettamente superiori. Alcune di queste aziende hanno raggiunto livelli di efficienza tali, da potersi confrontare alla pari con le migliori realtà europee.
Queste, invece, avranno necessità di sostegni finanziari per far fronte all’acquisizione di tecnologie e sistemi gestionali, che richiedono grandi investimenti, per poter rimanere competitive sui mercati globali. Serve perciò un sostegno pubblico che, in questo caso, potrebbe più convenientemente delinearsi con modalità diverse dal consueto incentivo del contributo in conto capitale, come per esempio l’accesso a strumenti finanziari in grado di abbattere gli interessi sui mutui bancari.

Di fatto, le aziende agricole, zootecniche e agroalimentari più organizzate e meglio strutturate, che hanno contabilità e bilanci in regola e che possono accedere al credito bancario, oggi hanno più che altro la necessità contare su tempi certi per le istruttorie dei loro progetti e questo richiama la necessità di una rivisitazione organizzativa di tutte le strutture pubbliche impegnate nella gestione degli incentivi.

Senza abbandonare del tutto la strada del contributo a fondo perduto, è indispensabile attivare un sistema alternativo per accelerare i tempi, semplificare le procedure e sostenere al meglio i progetti di sviluppo di tali imprese: questo consiste nel concentrare le risorse finanziarie sui contributi in conto interessi, anche istituendo un fondo di rotazione alimentato dalle risorse europee.
In questo modo, oltre a semplificare le procedure e ridurre le attese, si riuscirebbe ad esaudire le istanze progettuali di un maggiore numero di aziende, stimolare gli investimenti, liberare molti più capitali. In questo scenario, un ruolo centrale e prioritario deve essere assegnato ai progetti di filiera, dove alle aziende maggiormente produttive, più evolute tecnologicamente e finanziariamente solide, si affiancano le aziende meno strutturate, ma in grado di esprimere maggiori valori in termini di qualità e tipicità delle produzioni. Il progetto di filiera deve rappresentare la sintesi alta di un’agricoltura in grado di coniugare evoluzione tecnologica e produttiva, con un’offerta di alimenti di altissima qualità, fortemente identitari, in grado di essere traino per un marchio SARDEGNA nel settore agroalimentare. La sfida sarà quella di riorganizzare il ruolo dell’agricoltura sarda secondo i principi delle organizzazioni di filiera, attraverso un dialogo di visione che richiederà ai produttori un maggiore sforzo di aggregazione.
La qualità delle nostre produzioni, oltre che da una narrazione non sempre aderente alla realtà, è dimostrata dal successo delle nostre (poche) D.O.P., che ottengono brillanti risultati nelle classifiche di gradimento dei consumatori, ma che, a eccezione della DOP Pecorino Romano, non raggiungono volumi di produzione e vendita significativi.

Anche il settore vitivinicolo, che oggi rappresenta un modello di successo dato che nell’arco di meno di quarant’anni è passato da produzioni di massa a bassissimo valore aggiunto a produzioni di eccellenza seppur con bassi volumi, stenta a valorizzare e difendere le proprie DOC e DOCG (Cannonau e Vermentino su tutte) e questo ha determinato, per fare un esempio, che, nel giro di quindici anni, le superficie investite a vermentino siano diventate largamente maggioritarie fuori dalla Sardegna. Questo stato di cose indica che si deve lavorare per sostenere e promuovere le produzioni agroalimentari di qualità, facilitando sia una maggiore diffusione delle produzioni a marchio di origine, ma soprattutto puntando a valorizzare le caratteristiche identitarie delle produzioni regionali, cogliendo l’opportunità offerta da un mercato sempre più orientato verso prodotti locali, ottenuti con tecniche di produzione tradizionali.

Allo stesso tempo, la crescita della domanda a livello europeo di prodotti ottenuti nel rispetto dell’ambiente e del benessere degli animali, offre un’ulteriore opportunità per la nostra agricoltura, già caratterizzata da basso impatto ambientale e rispetto delle condizioni di vita negli allevamenti, ma che necessita di politiche attive per potenziare e incentivare filiere in grado di garantire la tracciabilità delle produzioni per renderle facilmente identificabili e riconoscibili dai consumatori. L’organizzazione di filiere agroalimentari come quelle sopra delineate deve essere finalizzata anche al riequilibrio della distribuzione del valore aggiunto tra i diversi attori, riconoscendo il giusto compenso al produttore primario.
In un contesto agricolo come quello descritto, dove si opera in un ambiente caratterizzato da altissimi valori paesaggistici e naturali con produzioni di qualità accertata e garantita da accordi di filiera, lo sviluppo della multifunzionalità della piccola e media impresa agricola rappresenta un fattore importantissimo di crescita del comparto. La capacità di queste aziende di sviluppare iniziative in grado di valorizzare i punti di forza predetti (qualità prodotti e ambiente) attraverso l’attività di accoglienza nel contesto aziendale (agriturismo, accoglienza legata a progetti di educazione ambientale o di conoscenza del patrimonio archeologico, etc.), deve essere fortemente accompagnata dall’intervento pubblico per rendere possibili e accessibili queste opportunità.

È necessario intervenire in materia di trasporti, attraverso il sistema pubblico, per garantire collegamenti funzionali tra le aree di primo ingresso turistico (zone costiere, porti e aeroporti) e le aree interne dove operano le aziende agricole ed è altrettanto indispensabile garantire la funzionalità delle reti digitali, senza le quali non è possibile proporsi nell’immenso mercato turistico del web e senza le quali non è possibile fornire un servizio di accoglienza adeguato. Dovrà essere riattivato pienamente il circuito di formazione e informazione, riprogettando il sistema di relazioni e di flusso di informazioni tra aziende e agenzie regionali, che consenta agli operatori agricoli e ai loro familiari di potersi confrontare con una tipologia di utenti informata, che richiede servizi di qualità, ma è anche disponibile a pagare adeguatamente l’opportunità di entrare in contatto con una realtà peculiare e non replicabile.
Il trasferimento di conoscenza e innovazione, attraverso la sperimentazione, la ricerca e l’informazione in campo agricolo è essenziale e strategico.

La riduzione dei costi di produzione e il miglioramento della qualità dei prodotti sono determinanti per rispondere alle sempre maggiori e diverse esigenze dei mercati. Per raggiungere questi obiettivi, in Sardegna più che in altri contesti, sono fondamentali le tecnologie che rappresenteranno una valida soluzione, ad esempio, mettendo in rapporto i principi di qualità e di salubrità con la riduzione delle emissioni (in generale) in atmosfera, il risparmio dell’acqua e il minor utilizzo di prodotti di sintesi nei cicli produttivi.
Oggi la Sardegna è accreditata di un patrimonio tra bosco, boscaglia e macchia che supera i 12.200 km quadrati (oltre la metà dell’intera superficie, che la colloca al primo posto in Italia) e che rappresenta un “polmone” verde di grandissimo valore in mezzo al Mediterraneo.

E rappresenta, anche, un enorme “sistema” in grado di catturare la CO2 presente nell’atmosfera ed evitare che contribuisca ad aumentare l’effetto serra, causa prima dei cambiamenti climatici.
Questo, oggi, rappresenta un valore economico di grandissima importanza che deve essere adeguatamente valorizzato e tutelato per diventare parte del patrimonio complessivo dei sardi.

Oltre 2.200 km quadrati sono di proprietà regionale (FORESTAS) e moltissimi altri sono di proprietà pubblica (terre ad uso civico e proprietà comunali), ma la maggior parte sono di proprietà di allevatori e agricoltori che vi esercitano le loro attività, spesso considerate marginali: la nostra proposta è che si costruisca una libera “alleanza” tra pubblico e privato per trasformare, questo enorme patrimonio di CO2 “sequestrata”, in moneta reale, attraverso i, cosiddetti, “carbon-credits”. Regione, comuni e privati, insieme, possono costituire un soggetto forte, in grado di ottenere il giusto valore per i nostri boschi, boscaglie, macchia e pascoli permanenti che sono, sì un dono della natura, ma anche il frutto del lavoro di chi lo lavora e lo abita. La redistribuzione di questi introiti aiuterà la Regione e i Comuni ad investire per tutelare ed arricchire il proprio patrimonio boschivo e rappresenterà un aiuto importante per coloro che, allevando e coltivando, presidiano i territori anche marginali.
La politica agricola regionale che intendiamo attuare, pur mantenendo la sua peculiarità, dovrà integrarsi ed essere complementare con gli altri interventi previsti dai Fondi Strutturali e dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) assicurando la semplificazione della gestione amministrativa per migliorare l’efficienza di realizzazione, aumentando il grado di digitalizzazione dei procedimenti e delle diverse fasi attuative, per ridurre gli oneri amministrativi a carico dei beneficiari degli interventi.

La complessa Programmazione europea in corso, che da sola ha una dotazione di oltre 800 milioni di euro, chiede di essere gestita con la massima efficienza da parte delle istituzioni che ne hanno la responsabilità attuativa. Questo concetto (massima efficienza) non è una semplice affermazione di principio, altrimenti banale, ma deve essere inquadrata nella modifica dell’impostazione dei Fondi strutturali per l’agricoltura, che oggi non sono più gestiti a livello regionale, ma attraverso un unico fondo nazionale Piano Strategico PAC (PSP) 2023-2027 dell’Italia, di cui alla Sardegna è delegato il ricordato Complemento Regionale di Sviluppo Rurale (CSR). Questo significa che mentre nei Piani di sviluppo rurale la Sardegna aveva una “dotazione” finanziaria propria (in quello del 2014-2020 era pari a quasi 1400 milioni di €) di cui poteva disporre con una buona autonomia, nel quadro attuale, quello contrattato nei due anni precedenti, la “dotazione” è scesa a circa 800 milioni di €, ma soprattutto si è affermata la gestione centralizzata a livello nazionale: questo significa che se ci sono ritardi nella spendita, le risorse possono essere destinate ad altre regioni che manifestano migliori capacità di spendita.

Se non si tiene presente questa sostanziale novità, il rischio di perdere risorse fondamentali per il comparto agricolo diventa concreto. È dunque necessario agire tempestivamente per riordinare i meccanismi di funzionamento complessivi dalla fase di programmazione a quella di attuazione delle misure del
In una regione che vanta oltre 1800 km di coste e uno dei maggiori patrimoni lagunari d’Europa, il comparto della pesca dovrebbe rappresentare un settore trainante dell’economia primaria e garantire occupazione e redditi adeguati. Lo stato del comparto in Sardegna, in realtà, è molto distante da raggiungere i livelli attesi e soffre di una crisi complessiva che dura oramai da decenni: livelli occupazionali bassi, flotta di pesca a mare, per la maggior parte, vecchia e inadeguata agli standard moderni, forte pressione di pesca in ambito lagunare e conseguenti bassi redditi degli operatori.

In questo contesto, non vanno però ignorate realtà produttive, soprattutto nella molluschicoltura e nell’allevamento a mare, che rappresentano delle eccellenze in termini quanti-qualitativi e sono in grado di competere anche sui mercati extraregionali. Questa situazione sinteticamente descritta evidenzia la necessità non più procrastinabile di elaborare una politica della pesca regionale, autonoma rispetto agli standard nazionali e comunitari, in grado di coniugare la vocazione territoriale e ambientale della Sardegna con la formazione di un tessuto imprenditoriale in grado di cogliere le opportunità di crescita che questo comparto può offrire. È difficile pensare che un’isola che crede nel turismo, di cui quello legato alla fruizione delle coste e del periodo estivo rappresenta ancora una quota preponderante, non costruisca le condizioni per fornire la materia prima da offrire al consumo dei turisti che occupano le strutture alberghiere e di accoglienza in genere.

Anche in questo caso è necessario coniugare quantità adeguate per i momenti di picco, con la certificazione della filiera, garantendo al consumatore finale prodotti di qualità, facilmente reperibili e, possibilmente, resi riconoscibili da marchi di qualità.
Anche in questo caso la creazione di reti d’impresa e l’implementazione di progetti di filiera, rappresenta l’indirizzo che il Governo regionale deve imprimere e favorire attraverso misure mirate per realizzare investimenti e per fare formazione agli operatori. Lo strumento finanziario comunitario del FEAMP (Fondo Europeo Affari Marittimi, Pesca e Acquacoltura) deve essere fortemente implementato con le linee d’indirizzo regionali sopra descritte e per questo sarà necessario anche creare uno strumento istituzionale (Unità di progetto per la pesca e l’acquacoltura) che possa agire in autonomia operativa per sviluppare le politiche attive a favore del comparto.
La Regione Sardegna è stata protagonista, a metà del primo decennio e di nuovo a metà del secondo decennio del 2000, di una stagione di riforme profonde, moderne ed innovative basate sulla valorizzazione del bene naturale dell’acqua come fattore di civiltà, sviluppo economico e sociale.

L’acqua è un bene naturale, prezioso perché non riproducibile, essenziale per la sopravvivenza e lo sviluppo economico delle popolazioni. Nella Regione Sardegna gran parte dell’acqua utilizzata nei diversi utilizzi prioritari, da parte della popolazione (usi civili), delle produzioni agricole (usi agricoli) ed industriali (uso industriale), proviene prevalentemente dalle dighe, facenti parte del Sistema Idrico Multisettoriale Regionale. Tale sistema, costituito dall’insieme delle opere di approvvigionamento idrico e di adduzione suscettibili di alimentare più aree territoriali o più categorie differenti di utenti, contribuendo a una perequazione delle quantità e dei costi di approvvigionamento è nella diretta titolarità della Regione, che lo gestisce tramite un suo ente strumentale.

Il bene acqua costituisce un fondamentale ed imprescindibile fattore di sviluppo economico perché solo con una razionale utilizzazione delle risorse idriche primarie si è in grado di garantire gli usi civili per la popolazione residente ed assegnare quote importanti di risorsa all’agricoltura e all’industria, per le quali l’acqua costituisce un fattore fondamentale di produzione. Tale sistema ha reagito positivamente, grazie a una rigorosa programmazione pluriennale delle riserve idriche accumulate nelle dighe del SIMR, alle recenti disfunzioni climatiche che hanno colpito con importanti fenomeni di siccità l’intero territorio nazionale, mitigando gli effetti.

Tale programmazione è in capo all’Autorità di bacino regionale, che garantisce il governo unitario dei bacini idrografici, coordinando e controllando le attività conoscitive, di pianificazione, di programmazione e di attuazione in materia di utilizzazione delle risorse idriche, aspetti quantitativi e qualitativi, e difesa dalle alluvioni. Fondamentale il ruolo dell’Autorità di Bacino nella definizione delle regole di uso razionale del territorio al fine di ridurre i danni alla salute umana, all’ambiente, al patrimonio culturale e all’attività economica. Tale attività, che prevede un’analisi approfondita dei fenomeni naturali a scala di bacino idrografico, si esplica nella predisposizione del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI), un insieme di regole volto a gestire e prevenire i rischi idrogeologici.

IL PAI costituisce, di fatto, l’indispensabile quadro di conoscenza propedeutico a qualsiasi atto di pianificazione territoriale e, pertanto, unitamente alla corretta pianificazione in materia di utilizzazione delle risorse idriche, condiziona ed indirizza le scelte fondamentali da porre a base del Piano di sviluppo della Sardegna.

La gestione del Sistema Idrico Multisettoriale è in capo all’Ente Acque Sardegna -ENAS, che gestisce l’accumulo e la distribuzione dell’acqua grezza primaria per tutti gli altri usi) che opera grazie a un complesso sistema di infrastrutture basato su numerosi serbatoi artificiali fortemente interconnessi tra loro.

Per rispettare il principio di sussidiarietà e garantire la specializzazione delle competenze, la distribuzione della risorsa agli utenti finali dei diversi settori di utilizzazione è affidata ai soggetti istituzionali competenti:

● Usi civili: l’attività di regolazione è in capo ad EGAS (Ente di Governo dell’Ambito della Sardegna), partecipato da tutti gli enti locali del territorio regionale e dalla Regione; il soggetto gestore, affidatario del servizio sul territorio regionale è Abbanoa s.p.a., società a totale partecipazione pubblica i cui azionisti sono la Regione ed i Comuni della Sardegna;

● Usi irrigui: la distribuzione ai comprensori irrigui è di competenza dei 7 Consorzi di Bonifica della Sardegna;

Usi industriali: la distribuzione nelle aree industriali è affidata ai Consorzi provinciali industriali.

Nel disegnare il sistema complessivo di approvvigionamento idrico la visione riformatrice ha tenuto conto innanzi tutto che siamo un’isola e la salvaguardia e corretta gestione dell’acqua, bene naturale insostituibile, è un elemento di sviluppo ma anche di sopravvivenza non potendo fruire di risorse trasferite da altre regioni o provenienti da ghiacciai o dal sottosuolo in misura significativa come nel resto della penisola.

Le risorse idriche, certamente strategiche per il mantenimento degli standard qualitativi e quantitativi delle condizioni sociali ed economiche di una società, rappresentano il fattore limitante per qualsiasi proiezione di sviluppo. Da esse non si può più prescindere per qualsiasi pianificazione seria di sviluppo economico, sia per un’esigenza di maggiore disponibilità che per una necessità, ormai incontrovertibile, di conservazione.

Tale schema operativo, coerente con le direttive comunitarie, ha reso possibile il superamento delle diseconomie delle innumerevoli gestioni localistiche ed ha posto le basi per una gestione sussidiaria, solidale e ambientale dell’acqua riguardante le diverse comunità e località dell’isola.

È necessario procedere ora al rafforzamento dell’architettura complessiva del sistema che garantisce il controllo pubblico a tutti i livelli di pianificazione e di gestione operativa: la gestione del bene acqua è e deve rimanere in mano pubblica.

Ma dopo quella felice stagione di riforme, che ha conseguito significativi miglioramenti nel sistema di approvvigionamento idrico, non si può dire che il percorso sia stato completato in tutti i suoi aspetti, è pertanto necessario intervenire sulle specifiche problematiche che restano tuttora aperte.

Occorre mantenere saldi alcuni obiettivi:

 garantire la piena operatività, con le necessarie competenze specialistiche, dell’Autorità del Bacino distrettuale della Sardegna che ha finora svolto un ruolo fondamentale, che deve continuare a svolgere, nel governo delle risorse e nella pianificazione di bacino in attuazione in particolare delle direttive comunitarie 2000/60/CE che istituisce un quadro per l’azione comunitaria in materia di acque e 2007/60/CE relativa alla valutazione e alla gestione dei rischi di alluvioni. Le direttive prevedono un sistema di monitoraggio costante delle condizioni del territorio e dei fenomeni idrogeologici. Inoltre, è importante che gli atti di pianificazione siano periodicamente aggiornati per tenere conto delle evoluzioni del territorio e delle nuove conoscenze scientifiche, garantendo il coinvolgimento delle Comunità Locali per contribuisce a migliorare l’efficacia delle misure preventive e a promuovere una maggiore consapevolezza sui rischi idrogeologici;

●rafforzare il ruolo di ENAS, potenziando l’organico, per affrontare con le necessarie risorse umane sia gli aspetti gestionali del più complesso sistema idrico nazionale e sia la realizzazione degli interventi di riassetto funzionale del sistema già finanziati e da finanziare al fine di completare le opere secondo i cronoprogrammi previsti;

●per quel che riguarda il potenziamento del Sistema Idrico Multisettoriale Regionale (SIMR) devono essere privilegiati gli interventi che possano garantire le fonti primarie di approvvigionamento per i principali nodi di utenza al fine di incrementare la sicurezza del sistema a fronte delle possibili criticità climatiche, di qualità dell’acqua e di problematiche manutentive;

●deve essere avviata la realizzazione del programma di autosufficienza energetica dell’intero sistema idrico regionale compresi anche i fabbisogni energetici dei Consorzi di Bonifica, tramite risorse rinnovabili (sole, vento, acqua) oltre alla individuazione dei sistemi ottimali di accumulo di energia utilizzando gli invasi già di proprietà regionale. L’utilizzo dell’accumulo delle risorse idriche nei bacini consente una produzione energetica, al pari delle altre risorse classificate “naturali” del vento e della geotermia (e in prospettiva del moto ondoso) “alternative” all’utilizzo delle c.d. “fonti fossili”. Nella Regione Sardegna tale sfruttamento è attuato in misura molto limitata in alcuni serbatoi gestiti dall’ANAS, mentre per alcuni, con elevate capacità di produzione (Alto Flumendosa, Coghinas, Taloro che valgono oltre 400 Gwh) ugualmente dichiarati “multisettoriali” l’utilizzo è impedito dall’Enel spa, attuale gestore in virtù dell’interpretazione di una norma nazionale del 1999 che ne ha rinnovato le concessioni per 30 anni. La Regione Sardegna, nella legislatura 2014/2019, ha dichiarato tale norma inefficace perché in contrasto con il suo Statuto. Questo ha consentito di aprire una vertenza con lo Stato e con l’ENEL, attraverso un ricorso in sede civile per il quale pende attualmente il giudizio.

●In questo contesto appare ancora più colpevole il ritardo accumulato in questi ultimi cinque anni nel portare a compimento l’azione di recupero delle dighe ancora gestite da ENEL, che rappresentano un autentico “tesoro” di energie rinnovabili

● l’impegno primario è quello di riportare nella piena disponibilità della Sardegna e dei sardi questo bene pubblico per conseguire l’obiettivo dell’autosufficienza energetica del sistema idrico, attraverso iniziative politiche e amministrative, quali:

○ adeguare le proprie attribuzioni statutarie in materia di acque pubbliche attraverso lo strumento delle norme di attuazione dello statuto speciale (in analogia a quanto fatto in altre Regioni e come suggerito dalla Corte Costituzionale);

○ potenziare il collegio difensivo nel contenzioso in sede civile adeguato all’entità finanziaria e politica del contendere;

○ adeguare il quadro normativo e legislativo regionale regolante l’utilizzo delle opere del demanio regionale che compongono il Sistema Idrico Multisettoriale Regionale ai fini di accumulo di energia.

●per il settore irriguo devono essere assegnate ai Consorzi di Bonifica le necessarie risorse finanziarie per completare il programma di riduzione drastica delle perdite nei sistemi di adduzione e distribuzione consortile, oltre a garantire la misurazione puntuale della fornitura idrica all’utente. In tale ambito si sono registrati esempi significativi di attuazione di tali indirizzi che hanno portato alla riduzione di consumi complessivi a parità di ettari irrigati;

●con la regia dell’Autorità di Bacino deve essere sviluppato il recupero dei reflui civili trattati a livello terziario a fini irrigui;

●deve essere garantito ai Consorzi di Bonifica il tempestivo rimborso dei costi energetici come previsto dalle norme regionali al fine di non penalizzare le rispettive attività operative a causa della prolungata esposizione finanziaria;

per ciò che riguarda gli usi civili, nel caso della gestione unica del Servizio idrico Integrato da parte della società pubblica Abbanoa SpA, proprietà della Regione e dei Comuni dell’isola, e concessionaria del servizio, sino al 2028, per conto dell’ente pubblico comunale EGAS, occorre prendere atto che a fronte della complessità iniziale del sistema idrico civile, caratterizzato da forti inadeguatezze strutturali e forti diseconomie delle numerose diverse gestioni precedenti, la gestione dell’azienda ha recentemente raggiunto un riequilibrio equilibrio finanziario anche in virtu’ del forte sostegno economico della Regione, peraltro dichiarato compatibile con la normativa sugli aiuti di stato da parte dell’Unione Europea con la condizione, ribadita recentemente, di anticipare la conclusione della concessione al 2025. Per gli aspetti di funzionalità del servizio reso dalla società Abbanoa occorre invece prendere atto di una generale insoddisfazione sia per la controversa gestione commerciale delle utenze, oggetto di innumerevoli ricorsi, che per la generale conflittualità interna ed esterna delle risorse umane e dei rapporti economici. Inoltre, non sono certo da considerarsi risultate lusinghiere le politiche aziendali nell’utilizzo tempestivo ed efficace degli ingenti finanziamenti di diversa fonte, rese disponibili per adeguare le infrastrutture alle ingenti perdite ed ai limiti depurativi. Le conclamate criticità possono e devono trovare ora soluzione tenendo conto della imminente scadenza del rapporto concessorio che deve tuttavia necessariamente riqualificare il quadro delle pressanti esigenze della collettività, ora contrattualmente non suffi9cientemente definito e preteso, e contestualmente confermare la presenza totalmente in mano pubblica, e specificamente dei Comuni, attraverso EGAS, della conduzione generale della gestione del servizio idrico civile. Le manutenzioni normative necessarie e il rinnovo concessorio, a cui deve contribuire fattivamente la Regione nell’interesse generale, dovrà tuttavia assicurare la salvaguardia integrale delle risorse umane oggi presenti in Abbanoa la cui professionalità non è utile venga dispersa.

Dal punto di vista infrastrutturale, il potenziamento del sistema deve tener conto dei seguenti indirizzi:

● significativa riduzione delle perdite nelle reti di distribuzione urbana, che oggi registrano i valori più elevati nazionali;

● completamento degli schemi depurativi del Piano di Tutela delle Acque e del Piano di Gestione del Distretto Idrografico;

● efficientamento energetico.
Politiche coraggiose e lungimiranti, anche quando inizialmente non sono popolari, portano frutti e creano nuove opportunità di lavoro.

Nel giro di vent’anni esatti, la Sardegna è passata da essere tra le ultime regioni per la raccolta differenziata dei rifiuti (circa 3% nel 2004) a ritrovarsi, oggi, seconda tra le regioni d’Italia (siamo al 74,9%).
Un successo indiscutibile, che ha avuto un inizio difficile e contrastato, ma che necessita di essere ancora pienamente valorizzato, attraverso politiche che incentivano non solo la raccolta, ma anche il riutilizzo dei materiali che vengono recuperati con il contributo di tutti i cittadini.

Oggi materiali “preziosi” come l’alluminio o la plastica riciclabile, ma anche il vetro, vengono raccolti, ma non valorizzati o trasformati in Sardegna: è, certamente, un mercato libero dove, però, la parte pubblica può e deve svolgere un’azione di promozione e di sostegno delle imprese, soprattutto quelle innovative, che siano in grado di produrre valore aggiunto dal riciclo di questi materiali. Si tratta di promuovere, attraverso interventi mirati, un ciclo virtuoso che consenta di creare ricchezza riciclando e non consumando risorse primarie. Esistono moltissimi esempi di successo da cui trarre le utili indicazioni per introdurre le politiche pubbliche necessarie: sono presenti oggi, in Europa e nel mondo, attività industriali o di artigianato avanzato che utilizzano solo materiali riciclati, per creare prodotti innovativi che sfuggono alla concorrenza delle grandi produzioni in scala.

In questo contesto è di fondamentale importanza, data la nostra millenaria storia di attività mineraria e di cava, ripensare in modo innovativo e attuale, l’indispensabile bonifica dei siti dismessi, attesi da decenni e quasi sempre rimasti sulla carta o in inutili annunci. Bisogna cambiare approccio al problema: superare l’idea di progetti faraonici, spesso inattuabili, alle volte inutili, e mai realizzati, per costruire un nuovo modello di intervento che abbia, come obiettivo di partenza, il recupero attivo di elementi (minerali, metalli o terre rare) che sono presenti in quantità nelle discariche minerarie e anche in depositi di scorie. La ricerca e l’innovazione hanno fatto passi da gigante in questo settore, mossi dalla necessità di trovare fonti di approvvigionamento di questi materiali diventati strategici, mettendo a punto processi sostenibili per il recupero a valle di attività interrotte già a metà del secolo scorso. Su questo si dovranno investire risorse adeguate a spingere la ricerca in questo campo, facendo delle nostre aree di bonifica dei laboratori a cielo aperto e contestualmente avviando realmente le attività di ripristino di quei territori
È sotto gli occhi di tutti la forte e crescente ostilità che la società sarda sta manifestando nei confronti di un approccio alle questioni energetiche derivato dalla mancata co-pianificazione, in grado di tener conto del fabbisogno regionale e del suo contributo al sistema nazionale, dalla gestione centralistica delle autorizzazioni per i grandi impianti eolici e solari e dalla completa assenza di un qualsivoglia processo partecipativo e consultazione atto a coinvolgere i cittadini sardi nelle scelte adottate. Non si gradisce che la transizione ecologica verso le fonti rinnovabili di energia si traduca, per la Sardegna, in un consumo del suo territorio e del suo mare, con produzioni largamente eccedenti il fabbisogno interno, senza che queste siano inquadrate in un quadro pre-condiviso ed opportunamente dibattuto dell’eventuale compartecipazione regionale agli obiettivi nazionali ed europei, delle aree idonee ad accogliere i nuovi impianti e delle ricadute da assicurare alla nostra Regione, contrastando gli evidenti trasferimenti della ricchezza prodotta in altri territori.

Non si gradisce che, nonostante la Sardegna sia diventata una grande fabbrica di energia, il costo sopportato dalle famiglie e dalle imprese per l’energia sia ancora terribilmente alto. La questione energetica sarda, dunque, non è un fatto solo quantitativo, ma è una questione di visione, da un lato, e dall’altro di regolazione del mercato. Il nostro obiettivo è una Sardegna che produce dalle sue fonti rinnovabili l’energia di cui ha bisogno, aperta certamente a contribuire al sistema nazionale ed europeo, ma che ne trae vantaggio in termini di ricchezza prodotta e distribuita, assicurando ai sardi “energia sicura, sostenibile, competitiva e a prezzi accessibili”. Bisogna in primo luogo partire da una serie di principi, innanzitutto quello che individua le risorse naturali della Sardegna, acqua, vento e sole, come risorse strategiche della Regione. In secondo luogo, deve essere invertito il ruolo subordinato, che lo Stato assegna alla Regione nella pianificazione e gestione del sistema energetico regionale, anche attribuendo di fatto a soggetti come Terna la definizione delle politiche infrastrutturali connesse con l’energia ed alla sua distribuzione, senza che queste siano state preventivamente ed opportunamente negoziate e condivise in un quadro di leale e trasparente collaborazione Stato-Regione.

La genesi e i contenuti del Piano Nazionale Integrato per l’Energia ed il Clima, come pure dei provvedimenti successivi adottati dal Governo, sono da questo punto di vista un caso “da manuale”, avendo imposto alla Sardegna un’evoluzione del proprio sistema energetico in palese contrasto con gli accordi che su questo fronte erano stati assunti nel periodo 2014-2019 e con lo stesso Piano Energetico e Ambientale della Regione Sardegna (PEARS)

Il Tyrrhenian Link, come definito nel PNEC, non è solo una scelta di completamento infrastrutturale della rete di distribuzione nazionale italiana, ma, di fatto, comporta l’asservimento del sistema energetico sardo (idroelettrico, termoelettrico e rinnovabili) al sistema di produzione della Sicilia, anziché promuovere prioritariamente la stabilizzazione della rete regionale e favorire lo sviluppo delle diverse filiere energetiche a partire da quella dell’accumulo e dell’idrogeno che in Sardegna avrebbero soluzioni di economicità e sostenibilità.

Altrettanto dicasi per l’idroelettrico che costituiva un tassello fondamentale del sistema energetico regionale così come configurato nel PEARS, incentrato sulla gestione dell’acqua come risorsa naturale dove la Regione Sardegna ha accumulato un sapere che non va disperso e qui richiamato.
L’attuale “far west” nel campo dei grandi impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili è il risultato del mancato avvio di un’effettiva pianificazione da parte della Regione, condivisa con il Governo ed efficacemente partecipata. Prova ne sia l’esempio dell’eolico off shore dove il Governo italiano, nel 2021, ha avviato l’intero processo attraverso una semplice “manifestazione di interesse”, senza prima definire gli obiettivi nazionali e senza confrontarsi con le Regioni per stabilire il contributo dei singoli territori, individuare le aree idonee, mettere a punto i procedimenti autorizzativi con la previsione di avvisi pubblici specifici, stabilire le forme di partecipazione delle collettività regionali e/o le ricadute da assicurare.

Una strada del tutto opposta a quella seguita da altri Stati europei, che ha portato alla presentazione di ben 64 proposte, di cui “40 progetti di impianti eolici offshore flottanti, prevalentemente localizzati al largo della Sicilia e della Sardegna (più di 20), lungo la costa Adriatica (più di 10) e, per la restante parte, distribuiti tra Ionio e Tirreno”. Solo con il Decreto delle Aree Idonee (2023) si è giunti a stabilire che la Regione Sardegna dovrebbe contribuire al raggiungimento degli obiettivi nazionali ed europei con un incremento di potenza da rinnovabili per 6,2 GW entro il 2030.

Nel frattempo, si sono registrate richieste a Terna di allaccio alla rete per 52,21 GW (30 settembre 2023) di cui


  • 20,13 GW (446 pratiche) di solare;
  • 15,23 GW (236 pratiche) di eolico on shore;
  • 16,85 GW (29 pratiche) di eolico off shore.
Di questi, alla stessa data risultavano in valutazione 5,72 GW per complessive 87 pratiche, di cui:
  • 2,62 GW (47 pratiche) di solare;
  • 2,60 GW (39 pratiche) di eolico on shore;
  • 0,50 GW (1 pratica) di eolico off shore.

Questi dati sono la plastica espressione dell’incapacità di programmare, pianificare e stabilire le “regole del gioco” con il Governo nazionale, come ben dimostrato da quanto accaduto con il DPCM Energia, ma anche dal PNEC prima.

È necessario che la Sardegna si riappropri della capacità di programmare e pianificare in campo energetico, come si era iniziato a fare con l’approvazione del PEARS, come presupposto fondamentale e necessario affinché acqua, sole e vento siano un’effettiva risorsa per la nostra Regione.

Ciò significa definire con chiarezza:

  1. gli obiettivi energetici necessari a soddisfare i nostri bisogni di medio/lungo termine in uno scenario di transizione energetica coerente con gli obiettivi stabiliti a livello europeo;

  2. il contributo che la nostra Regione è disponibile ad assicurare per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti a livello nazionale con il PNEC;

  3. le aree idonee ad accogliere i grandi impianti funzionali al perseguimento di questi obiettivi;

  4. gli adeguamenti normativi e di procedure autorizzative necessari ad assicurare che i progetti proposti siano coerenti con la suddetta pianificazione e assicurino adeguate ricadute a livello territoriale (canoni di concessione, forme di partecipazione/investimento diretto dei territori anche attraverso strumenti di finanza sostenibile e forme alternative, accordi di acquisto di energia elettrica – PPA).

Il tutto dovrebbe essere oggetto di una effettiva ed efficace partecipazione che veda coinvolti in maniera trasparente i singoli territori ed i diversi portatori di interesse dalla fase iniziale di programmazione/pianificazione, ma anche in quella progettuale. Riappropriarsi della capacità di programmare e pianificare in campo energetico significa:

  • potersi confrontare con il Governo in una posizione “alla pari” e nel rispetto/riconoscimento della propria autonomia;
  • influire positivamente nella definizione dei provvedimenti nazionali;
  • disporre di una base adeguata per valutare gli investimenti che vengono proposti, a partire da quelli, fondamentali, nella rete di trasmissione e nelle interconnessioni, oltre che in digitalizzazione e innovazione per la gestione di un sistema sempre più complesso;
  • fornire agli operatori un quadro certo entro il quale operare, permettendo loro di poter programmare adeguatamente gli investimenti.

Al contempo, si tratta di rivoluzionare il sistema di “governance”. Il nuovo paradigma energetico legato proprio alla diffusione delle rinnovabili, che è basato sulla produzione/consumo distribuiti e che sta portando alla nascita delle Comunità energetiche e alle configurazioni di autoconsumo, spinge a guardare in maniera diversa alla possibilità che la Regione nel suo complesso possa giocare un ruolo diretto e da protagonista, come peraltro già fanno altre realtà regionali a statuto speciale. In questo quadro bisogna avere ben chiaro che le Comunità energetiche da rinnovabili e le configurazioni di autoconsumo costituiscono un tassello importante di un sistema energetico regionale che abbracci il paradigma della transizione energetica in chiave di produzione/stoccaggio/consumo distribuita e collettiva di energia da rinnovabili.

Ciò significa che, all’interno di una corretta pianificazione, la realizzazione di un’adeguata rete delle Comunità energetiche, costituisce un elemento importante nel permettere al nostro sistema energetico regionale di rispondere ai bisogni ed alle aspettative di cittadini ed imprese. Pertanto, si punterà a sostenere:

  • i “progetti pilota” che si sono avviati sul territorio regionale in questi anni;
  • “piani di azione energetici” a livello di territori più ampi capaci di aggregare più CER in una logica di distretti energetici anche in rapporto agli impianti di maggiore dimensione o ai progetti programmati nelle specifiche aree;
  • la migliore finalizzazione delle risorse disponibili (PNRR e FESR 2021-2027, ma anche FSE), in stretta sinergia con gli investimenti diretti da parte degli operatori privati e istituzioni finanziarie, favorendo in particolare lo sviluppo della finanza sostenibile;
  • Il supporto e assistenza tecnica alla costituzione delle CER, anche attraverso la semplificazione/definizione delle procedure autorizzative di competenza regionale in stretta sinergia con il GSE attraverso il SUAPE regionale e il supporto nell’interlocuzione con gli organi nazionali deputati.


Lo sviluppo dei grandi impianti energetici, da fattore di rischio, può tradursi in opportunità, nella misura in cui questi vengano ad essere inquadrati in un sistema di “governance” della produzione energetica in cui la Regione divenga un player a tutti gli effetti.

Ciò significa, da un lato, costituire una Direzione Generale competente sui temi dell’Energia e della Green Economy, che deve presidiare più efficacemente proprio la programmazione e pianificazione strategica regionale, e, inoltre, deve coprire gli aspetti autorizzativi legati alle FER, in maniera trasversale rispetto ai diversi settori produttivi e civili.

Va inoltre attivata una Cabina di Regia Regione – Governo con l’obiettivo di realizzare un’articolata collaborazione politica, tecnica ed amministrativa che favorisca l’adeguata attuazione della pianificazione condivisa, con l’obiettivo strategico di assicurare una corretta e sostenibile transizione energetica per la nostra Isola.

Da altro lato, si intende promuovere la nascita di una società operante esclusivamente nel campo della “energia verde” capace, nel rispetto della pianificazione nazionale e regionale, di produrre, distribuire e vendere, in grado di interfacciarsi anche con le imprese interessate a realizzare impianti in Sardegna con l’obiettivo di massimizzare le ricadute sul sistema economico regionale anche attraverso moderne forme di partecipazione e finanziamento sostenibile ai progetti, idonea nel favorire la partecipazione della collettività sarda nel suo complesso allo sviluppo del sistema energetico regionale. Il percorso avviato con la Giunta Pigliaru di acquisizione dei bacini idroelettrici da Enel costituisce il punto da cui ripartire e da cui evolvere per uno sviluppo che consideri l’acqua, il sole ed il vento le risorse naturali su cui investire per lo sviluppo, la valorizzazione e la tutela del territorio regionale.
La stessa Commissione europea considera che “la partecipazione dei cittadini locali e delle autorità locali a progetti nell’ambito delle energie rinnovabili attraverso le comunità che producono energia rinnovabile ha comportato un notevole valore aggiunto in termini di accettazione delle energie rinnovabili a livello locale e l’accesso a capitali privati aggiuntivi, il che si traduce in investimenti a livello locale, più scelta per i consumatori e una maggiore partecipazione dei cittadini alla transizione energetica”.

La materia è oggetto di importanti novità sul fronte normativo e regolamentare e le CER sono destinatarie di rilevanti risorse finanziarie da parte del PNRR e dei Fondi europei per le politiche di coesione. Anche il PO FESR 2021-2027 destina alla loro diffusione una parte consistente della sua dotazione.

D’altra parte, non va dimenticato che il loro obiettivo principale è “fornire benefici ambientali, economici o sociali a livello di comunità ai suoi azionisti o membri o alle aree locali in cui opera, piuttosto che profitti finanziari”. Lo sviluppo delle CER e delle altre configurazioni di autoconsumo di energia da fonti rinnovabili non va comunque disgiunto dalla necessità che il sistema energetico regionale nel suo complesso sia flessibile e bilanciato. Si tratta di un aspetto rilevante nel momento in cui l’energia, mentre si vanno sviluppando e realizzando nuove tecnologie per l’accumulo, viene prodotta utilizzando un numero crescente di impianti di produzione di grande e piccola dimensione, anche attraverso la generazione distribuita.

Ci troviamo pertanto di fronte ad un ulteriore importante sviluppo del sistema energetico regionale destinato ad incidere sulla sua integrazione ed accessibilità. Ciò significa che bisogna uscire dalla logica che vede contrapporsi le CER e le configurazioni di autoconsumo agli impianti di maggiore dimensione, in quanto le esperienze di comunità energetiche hanno dimostrato di poter contribuire a consumare, immagazzinare e/o condividere l’energia elettrica autoprodotta fornendo al contempo flessibilità al sistema, favorendo al contempo la diffusione delle reti di distribuzione intelligente e la gestione della domanda in maniera integrata.
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